Conversazione con Alessandro Haber
Da Zio Vanja a Platonov, continua il tuo percorso interpretativo nei personaggi Cechoviani: quali sono le caratteristiche che più ti affascinano di questi “perdenti”?
Zio Vanja e Platonov sono due personaggi dai caratteri molto diversi: il primo ha slancio e attaccamento alla vita, è uno che spera, che ancora ci crede; il secondo non crede più, è esausto, sfinito, sarcastico, cinico: ha l’atteggiamento di chi si porta la morte addosso. Non ha più voglia di andare avanti, in realtà sta solo cercando la fine.
Nel copione così si rivolge a Sof'ja:
«… Sai, in realtà non esiste, non viene mai il “dopo”, è soltanto un’illusione che tutto sia ancora da venire, che la vita sia lunga e felice, che si possa continuare a viverla lo stesso, contando su un dopo che aggiusterà tutto. Invece questo “dopo” non viene mai: non esiste. Se l’avessi saputo quella notte mentre guardavo i fanali dell’ultimo vagone.. ero più giovane, ero felice…credevo in una vita lunga e felice».
Ora, invece, non ci crede più…
Chi è Platonov? Un mediocre intellettuale che non brilla neppure nella vesti di Don Giovanni?
È un dongiovanni di serie B, dedito al vizio: un alcolizzato. E’ come se Cechov avesse voluto compiere una sua rilettura del personaggio di Don Giovanni: un personaggio in cui convivono fortemente sesso e morte, segnato da un atteggiamento del giovane autore più romantico e violento nei confronti della vita rispetto al Cechov della maturità.
In questo dramma tutti vogliono Platonov. Lo cercano perché in fondo è brillante, è simpatico, è superiore a tutti gli altri, perché nel dolore probabilmente ha coltivato la sua mente, la sua curiosità: è cosciente di dove si trova, ma rimanda sempre, non agisce, mentre “la vita passa”.
In questa che il regista Nanni Garella definisce una “farsa tragica” che tipo di relazione si instaura tra Platonov e gli altri personaggi?
Platonov è il centro della storia, sa di essere usato, ma anche lui usa gli altri: alla fine si tratta di un gioco al massacro. È un personaggio tragico, potrebbe essere il protagonista di una commedia cinematografica di Dino Risi o di Monicelli: Platonov è malato di se stesso e in realtà non ha veri rapporti con gli altri. Sono gli altri che vogliono/devono rapportarsi con lui, che agisce come un animale che vive di ricordi. Come Don Giovanni anche Platonov è un collezionista: vive i rapporti in modo strumentale, autoriferito; incapace d’amare, di costruire un rapporto tra due persone, ma sempre pronto ad innamorarsi, cioè a cogliere ogni possibile occasione per conquistare il cuore di una donna. Platonov non ha amici: in questa comunità chiusa e disperata, l’amicizia non esiste, e ogni altro legame affettivo è solo formale. E tutti i personaggi, al di là di quello che rappresentano militari, medici, insegnanti nella società russa ormai sfasciata, sono soprattutto alcolizzati e sfaccendati. In un contesto degradato questo dongiovanni di provincia ha la lucidità di mostrare agli altri la melma in cui stanno affondando e di cui sarà la prima vittima.
Platonov è un testo giovanile e incompiuto di Cechov, molto lontano dal nitore e dall’asciuttezza che hanno contraddistinto le sue piéce più celebri: com’è interpretare un personaggio come Platonov che prefigura con forte anticipo i caratteri più forti dei successivi personaggi cechoviani?
Fare il mestiere dell’attore e farlo qui con Nuova Scena all’Arena del Sole, dove ormai lavoro da tanti anni sentendomi come a casa, mi porta ad accettare nuove sfide, anche quella di affrontare un personaggio come questo, complesso, pieno di insidie, così come lo sono stati Arlecchino, Woyzek e Zio Vanja: tutti i personaggi ai quali ho cercato di dare una interpretazione innovativa…
Platonov è stato rappresentato pochissimo in Italia e a Cechov stesso piaceva poco: ma se fosse tornato sui suoi passi, rimettendoci le mani, avrebbe creato un capolavoro. Così come ce lo ha consegnato, il testo è troppo pieno di cose, troppo denso. Anche in questo testo incompiuto, ma incompiuto per eccesso di materia, la scrittura di Cechov è talmente efficace che basta poco per racchiudere tutto il mondo in una battuta: e il testo che risulta dalla riduzione di Nanni Garella va all’essenziale, come la sceneggiatura di un film. Credo che questa riduzione sia stata molto efficace, concreta e asciutta, lasciando intatte le psicologie, le relazioni tra i personaggi.
I drammi di Checov, quasi sempre, suggeriscono da una parte una voglia di rinascita completa, dall’altra invece sottolineano l’inevitabilità della fine: dove si pone il tuo Platonov?
È un uomo senza speranza, uno che si fa ammazzare. In fondo lo voleva. È un dramma senza nessuna speranza, dove non si può dire come in Tre sorelle «a Mosca, a Mosca, a Mosca». Il quadro sociale di Platonov non è molto lontano da noi: un mondo di decadenza, gravi problemi economici, e i rapporti sociali si disgregano….
In tempi di scelte drammatiche come quelli di oggi – tra volontà di rinnovamento e chiari sintomi di crisi – che cosa ha da dire il tuo Platonov in veste contemporanea?
In primo luogo Platonov è ambientato nel periodo della caduta del Muro di Berlino, sotto la Perestrojka, in una provincia russa della smembrata Unione Sovietica. In secondo luogo, è una figura moderna, soprattutto nello sviluppo che avrà nel terzo e nel quarto atto dove per certi versi assomiglia a un personaggio pinteriano, beckettiano: i suoi sentimenti e il suo modo di affrontare il mondo sono tipicamente novecenteschi. Non dimentichiamo che lui e tutti personaggi che lo circondano hanno perso i punti di riferimento sociali ed economici, non hanno un progetto di vita chiaro, pensando solo a sopravvivere… privi di volontà. Platonov mette in scena un mondo nel quale non esistono più i rapporti veri e umani. Niente di più contemporaneo…
conversazione a cura di Giacomo Giuggioli