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conversazione con Nanni Garella

Conversazione  con Nanni Garella

Platonov si inserisce in un percorso di rivisitazione dell’opera cechoviana che nel 2004 ha visto la messinscena di Zio Vanja, anche questo prodotto all’Arena del Sole con protagonista Alessandro Haber. La sua scelta questa volta è andata a un’opera giovanile del drammaturgo russo, un testo incompiuto che lei ha ridotto e adattato per questo spettacolo…

La mia frequentazione di Cechov risale agli inizi della mia carriera di regista. Credo che Platonov, nella sua incompiutezza, sia una delle opere più interessanti del drammaturgo russo, innanzi tutto per lo sguardo acuto e intelligente di un Cechov giovanissimo ma già maturo, nei confronti di quella provincia russa di fine Ottocento che si stava sgretolando sotto la spinta di rivolgimenti che di lì a poco avrebbero ribaltato l’ordine dei rapporti sociali; in secondo luogo perché l’opera contiene in germe molti dei caratteri che costituiranno poi la peculiarità della drammaturgia cechoviana.
Quando scrisse Platonov, Cechov era poco più che adolescente. A Mosca consegnò il testo alla Ermolova, una delle più grandi attrici drammatiche di quegli anni, perché lo facesse rappresentare ma, di fronte al suo rifiuto, distrusse il copione. Ritrovato negli Archivi di Stato dopo la sua morte, il testo è stato pubblicato postumo nel 1923. Platonov rimane dunque un testo incompiuto, e non lo si può certo considerare un capolavoro: Cechov è ancora troppo giovane, non possiede l’esperienza e la tecnica di scrittura che possano consentirgli di organizzare una materia così ricca e complessa in una forma compiuta. Ciò che stupisce è però la maturità dello sguardo nei confronti di rivolgimenti sociali che stavano avvenendo sotto i suoi occhi in quegli anni, in seguito al dissolvimento dell’aristocrazia militare e di tutta la struttura sociale legata a un’organizzazione di tipo feudale. Cechov intuisce quei cambiamenti, li intravede nell’inasprirsi dei rapporti sociali, nell’inaridirsi dei sentimenti. Egli parte dagli uomini, che analizza con acume da scienziato, dalla verità dei sentimenti nelle loro relazioni, per arrivare alla più generale – e a volte brutale – verità dei rapporti sociali, economici e politici. Il mondo di Platonov non a caso è un mondo in cui i sentimenti non hanno fondamenti morali, e i rapporti tra gli uomini sono dettati da interessi che non riguardano la sfera emotiva. C’è in Platonov una dose di individualismo e di egoismo dei sentimenti che, sebbene presente anche nelle opere della maturità, si rivela qui in maniera più aspra e acuta.

Come ha operato rispetto al testo originale?

Nella versione che ci è pervenuta, Platonov si compone di quattro atti, divisi a loro volta in scene e in quadri. È un testo verboso con una struttura che assomiglia molto più a un romanzo che non a un testo teatrale. Gli stessi personaggi sembrano personaggi di narrativa. Questa è una delle ragioni che mi hanno spinto a colmare le incompiutezze del testo ri-creando nella storia e nei personaggi quella tensione che invece è presente nelle opere della maturità, dove la struttura del dramma rimane pressoché immutata, caratterizzata però da un’asciuttezza maggiore, e dove anche i personaggi sono legati da relazioni più stabili e meno complesse. Ho cercato di utilizzare la mia conoscenza delle opere di Cechov della maturità per fare in modo che questo testo diventasse, nella sua struttura, simile a come sarebbe stato se Cechov lo avesse scritto quindici anni dopo: con quattro atti, di una durata simile a quella dei testi della maturità, con un numero di personaggi simile, con battute scritte in modo più asciutto, lasciando in sospeso tutta una serie di cose che nel testo originale vengono spiegate, una serie di digressioni che appartengono alla scrittura narrativa piuttosto che a quella drammaturgica. D’altra parte credo che se Cechov lo avesse ripreso in mano qualche anno dopo, lo avrebbe sicuramente rivisto, corretto e riscritto in molti punti. Ho trattato Platonov come un testo “cantiere”, lavorando soprattutto sulle enormi potenzialità dei temi e dei personaggi, ma riducendo gli eccessi di spiegazione.
Per mettere in scena Platonov era necessario un trattamento del testo, oltre che una nuova traduzione, tenendo conto del fatto che quella del 1959 di Ettore Lo Gatto per Einaudi, l’unica esistente in Italia, è piuttosto datata. Era anche necessario utilizzare un italiano più attuale in vista della nostra ipotesi di ambientazione dell’opera alla fine del Novecento.

Che cosa l’ha spinta a spostare l’ambientazione nel Novecento? Cosa è accaduto alla svolta dei due secoli?

È un mondo cupo, una terra di sentimenti inariditi quella che si presenta agli occhi di Cechov ventenne. Il mondo di Platonov è molto simile al nostro mondo: l’aridità morale è una piaga dei sentimenti che noi viviamo oggi in maniera violenta; nella nostra società sono in atto dei rivolgimenti economici e politici non molto diversi per ampiezza da quelli che Cechov si trovò a vivere nella provincia russa della fine dell’Ottocento, e neppure diversi da quei cambiamenti che si sono verificati in Russia alla fine del Novecento, in seguito al crollo del regime sovietico. Intere famiglie, soprattutto nei piccoli centri, si sono trovate di fronte a un improvviso ribaltamento delle relazioni sociali: persone che erano stimate potentissime sono decadute in breve tempo e molti poveri di allora hanno saputo trarre, da questa situazione di rapido trapasso, l’occasione per il personale arricchimento, più spesso perseguito attraverso la via della illegalità. Tutto questo ha creato ovviamente delle forti ricadute nei rapporti fra gli uomini. Emblematico nel testo è il personaggio di Anna Petrovna, vedova di un vecchio generale, che si trova all’improvviso sommersa dai debiti e privata della sua “dacia”, alla mercé di un commerciante arricchitosi nel giro di pochi anni. Di questo ho tenuto conto nella mia ri-scrittura: sono stato spinto da queste vicinanze così profonde a spostare l’ambientazione di Platonov alla fine del Novecento, in un mondo che stava attraversando, con la caduta del regime sovietico, gli stessi rivolgimenti che aveva affrontato la Russia un secolo prima con il passaggio dal regime zarista ad una prima forma di industrializzazione. La sostanza dell’organizzazione del potere burocratico-militare zarista non era molto diversa da quella sovietica.
D’altra parte Platonov si presta a un confronto con la nostra contemporaneità in misura maggiore delle opere della maturità perché è diverso lo sguardo di Cechov. Il suo atteggiamento nei confronti dei suoi personaggi e di quel mondo che egli vede scomparire, è molto meno pietoso - e in fondo, solidale - di quello che poi emergerà nelle opere della maturità.

Pur condividendo con Zio Vanja e con Astrov, altro personaggio di Zio Vanja, l’assenza di volontà e un’endemica indolenza, Platonov appare diverso dagli altri personaggi cechoviani…

Platonov è sostanzialmente diverso perché non viene dalla realtà ma dalla letteratura. E’ un Don Giovanni, che risente non solo di Molière ma anche di Puskin, di Turgenev, un Don Giovanni riletto e calato nel profondo di una provincia russa: una persona intelligente, beffarda, acuta, sarcastica, uno che dice quello che pensa, un anticonformista, a lui non importa niente del regime, di quello che c’era e di quello che c’è. La parabola di Platonov assomiglia in maniera assoluta a quella di Don Giovanni: come lui è una persona arida, assolutamente incapace di amare, e di essere amato; come Don Giovanni è un collezionista di rapporti amorosi, legato tragicamente al connubio di amore e morte, sesso e inaridimento, sesso e morte.
Ci sono poi in Platonov dei tratti che tornano nelle opere delle maturità seppure in forme molto diverse. La triste e melensa vita di provincia, che annienta la volontà dei protagonisti, è simile in quest’opera giovanile. Platonov è uno di quei personaggi che avrebbero potuto fare molto nella vita ma non hanno avuto il coraggio di fuggire dalla provincia, un uomo che pareva destinato da giovane a grandi cose e non è riuscito ad essere altro che un maestro di scuola. Gli stessi tratti, in situazioni più disperate, ritroveremo in Zio Vanja o ne Il giardino dei ciliegi, con la differenza sostanziale di un maggiore pessimismo. La cupezza esistenziale delle opere maggiori è stemperata in Platonov dall’aggressività e dall’intemperanza romantica, giovanile di un Cechov ventenne.

conversazione a cura di Francesco Trapanese

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