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05/01/2009

Marlene Kuntz all'Arena

lunedì 9 febbraio
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12/12/2008

I Menu Natalizi dell'Arena

Le ricette dei protagonisti del Dopoteatro con gli Chef
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10/11/2008

Laboratorio di scrittura Narrativa

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20, 21, 22 febbraio e 13, 14, 15 marzo
Laboratorio di scrittura condotto da
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16/10/2008

Laboratorio di dizione e lettura espressiva

Saperlo dire:
dal 18/02 all' 1/04/2009
laboratorio condotto da Alessandra Frabetti
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note di regia

Immaginatevi dei binari che si perdono all’orizzonte, e un teatro/carro che arriva dinanzi ai vostri occhi da un altro luogo (e forse anche da un altro tempo) con sopra la “pazza dea dell’amore”.

Per creare questa figura le suggestioni sono arrivate dal teatro giapponese, dall’opera barocca, dalla tradizione del “cunto”, ma anche da un mondo ai margini: il mondo di una periferia che potrebbe essere stata descritta da Pier Paolo Pasolini o anche, con commovente ironia, da Annibale Ruccello.

Venere è una dea/macchina, dea ex machina ma anche sex machine, macchina barocca che tritura suoni e sputa parole. Una macchina di baci, una macchina schizofrenica di travestimento, una macchina di morte per l’oggetto del suo amore: Adone.

E proprio da un improbabile pas de deux tra Venere e Adone prende spunto la partitura fisica dello spettacolo.

Adone ricorda il giovane dei Sonetti - il che implica, naturalmente, che Venere ricordi Shakespeare. Shakespeare scrive su commissione, durante la peste del 1593, per il suo giovanissimo patrono, l’efebico diciannovenne Henry Wriothesley conte di Southampton, di cui è stato ritrovato, un paio di anni fa, un ritratto in abiti femminili. Qui si spalancano altre porte, e il gioco delle identità ci fa entrare in una sorta di labirinto di specchi, una progressiva promiscuità delle identità, in cui la dea/macchina/attore sarà anche Narratore e voce di Adone, e al fondo dell’artificio potrà svelare e denudare la propria umanità. Al di là del gioco degli specchi e del travestimento, il poemetto è un vertiginoso punto di partenza per una ricerca sulle variazioni, le declinazioni e le auto-contraddizioni del tema “amore”.

Nota sulla ricerca musicale
In cima a tutto c’è la scoperta dell’opera di John Blow “Venus and Adonis” nella magnifica direzione di René Jacobs: a mio avviso un capolavoro di straordinaria modernità. Blow l’abbiamo riletto, dilatato, frantumato e, seguendo le sue tracce, siamo arrivati agli inglesi contemporanei: Michael Nyman e Gavin Bryars su tutti. Alla fine abbiamo creato una partitura che da vita ad una sorta di opera parallela. Ad ognuno dei tre personaggi del poemetto abbiamo donato un proprio mondo musicale. Per il narratore abbiamo seguito quel filo musicale di area inglese (con la grande eccezione soprattutto di John Cage); Adone diviene una voce recitante col clavicembalo (che anche in questo caso parte da composizioni di Blow e si spinge fino a Gyorgy Ligeti, Terry Riley e Louis Andriessen); per Venere, enfatizzando l’intuizione di una specie di dea/macchina, abbiamo utilizzato soprattutto suoni elettronici con un occhio particolare ai lavori sperimentali dei nostri compositori contemporanei: Luciano Berio con la magnifica voce di Cathy Berberian, Bruno Maderna e il suo lavoro elettronico su Shakespeare, Nino Rota, Luigi Nono, ma anche Karlheinz Stockhausen e i più recenti Aphex Twin e Thom Willems.

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30 dicembre - 18 gennaio
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Vita e miracoli di un commesso viaggiatore

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Fando y Lis, caduta dall'orizzonte

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