Note di Emiliano Pellisari
Tentare la scalata impossibile della descrizione della Divina Commedia non è solo un errore strategico-estetico, è un errore logico. Ogni linguaggio ha un suo punto di forza peculiare: la parola ha una capacità d’astrazione che nessun’altra forma espressiva è capace di eguagliare. Con un solo versetto Dante è capace d’inventare un mondo intero che nemmeno un lungometraggio è in grado di rappresentare esaustivamente. Serve dunque un’operazione che ci faccia saltare a pie pari il dilemma estetico (ovvero come poter rappresentare la Divina Commedia). Dobbiamo effettuare uno scarto logico-estetico.
La soluzione sta in questo: che vogliamo dire quel che Dante ha detto ma con un altro linguaggio. Se dicessimo qualcosa di diverso non è che non rispetteremmo l’opera, sarebbe, semplicemente, un’altra opera. Il nostro scopo è rappresentare l’opera letteraria senza usare le parole se non quelle strettamente necessarie (e dove le usiamo si mostra un nostro piccolo fallimento: a rigore esse o ci sono tutte e allora c’è già l’opera letteraria in sè, oppure la trasformazione deve essere esaustiva, il passaggio da un linguaggio all’altro deve seguire un’operazione biunivoca, definitiva: è come una proiezione geometrica che non può lasciar dietro qualche pezzo…). Esiste solo un’eccezione: quando si entra nella categoria del fumetto; allora abbiamo un legame chimico dove i poli opposti si compensano, i vuoti si riempiono. Il risultato non è una sostituzione semantica ma una complementarità e il risultato dà un valore aggiunto. Ma è raro che accada…
Il secondo stadio è quello di sintetizzare l’opera letteraria seguendo un criterio sostenibile. Una mossa semplice ed efficace non può essere che quella di separare il nemico: dunque parleremo del primo libro della Divina Commedia: L’Inferno.
Terzo stadio. Dante di che pasta è fatto? Di un piatto estremamente raffinato di cui riconosciamo gli elementi costitutivi: le fonti latine (Alano di Lilla, etc.), le fonti classiche (le metamorfosi ovidiane in primis), l’influenza della cultura araba. L’opera non ha solo un senso letterale che accarezza l’udito e neppure solo un senso morale in cui specchiarci, c’è anche e sopprattutto una sottigliezza di allegoria più acuta: symbolum e integumentum cioè il simbolo (un raggruppamento di forme visibili con lo scopo di mostrare forme invisibili) e il mito (…perché solo per mezzo d’immagini si è in grado di comprendere qualcosa di sovrumano). Data una bussola e un cannocchiale, possiamo salpare. Durante la navigazione a vista possiamo, come dovendo descrivere il profilo della costa di una terra sconosciuta, indicare solo i punti notevoli.
I personaggi ed i fatti danteschi sono innumerevoli e solo pochi superano i 10 versi di lunghezza, per cui se da una parte è impossibile elencare tutti i fatti e tutti i personaggi, dall’altra è quasi impossibile scegliere quelli più interessanti riducendoli ad una decina. Infatti siamo costretti dalla materia che plasmiamo a fare bene i nostri conti (esattamente come la pietra costringe a scegliere bene la vena da tagliare e una scultura non può essere materialmente di grandezza maggiore della pietra da cui è stata estratta), abbiamo un’ora di tempo, forse possiamo guadagnare qualche decina di minuti, non di più. Dobbiamo trovare un trucco per vedere in un colpo solo l’intero Inferno e, descrivere la geografia dell’immaginazione dantesca, offrire al pubblico un portolano per una navigazione nelle acque dell’immaginario infernale.
Perché siamo qui? Per capire il senso della vita, ovviamente. E come possiamo capirlo? Stando attenti ai dettagli, ai significati nascosti. Questo ci dice Dante. (“non è sanza cagion l’andare al cupo: vuolsi nell’alto, là dove Michele fe’ la vendetta del superbo strupo”; ix,61-63“o voi ch’avete li intelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto ‘l velame delli versi strani”) Ma non dimentichiamoci mai che siamo mortali e che saremo giudicati…mai dimenticarlo…dunque abbiamo una figura simbolica che si trasforma nei vari metapersonaggi (Minosse, Caronte, Gerione) e dei dannati che vengono giudicati e gettati nei gironi infernali.
La seconda scena rappresenta la porta infernale: ovviamente non può essere una semplice porta. L’inferno è un luogo metafisico, uno spazio vuoto, così lo immaginiamo, costruito dall’interno, costituito dai corpi dei dannati. Inferno come struttura filosofica, filosofia come fisica della mente, porta come immagine concreta di impossibilità fisica=paradosso= ostensione di un’astrazione intellettuale(non linguistica!). Appare un’architettura vivente costituita da 6 danzatori a gambe divaricate e braccia distese legati l’uno all’altro dai piedi a costituire un grande cerchio. Il cerchio umano di volta in volta si trasforma in quadrato, stella a 4 punte, 5 punte, figure semplici come il triangolo, il quadrato, l’esagono. La coreografia si svolge lungo geometrie arabescate, architetture barocche, dal segno forte ma di significato oscuro. Al centro c’è un solo uomo: abbiamo la figura dell’uomo vitruviano. Infine l’uomo al centro ruota su se stesso fino a creare un vortice in cui sparisce.
La terza scena ci mostra i due personaggi principali: Dante e Virgilio sono alle prese con le architetture viventi che popolano l’inferno: ponti, torri, strade lastricate…sembrano i protagonisti di un videogame…arriveranno sulla torre di babele, simbolo dell’arroganza degli uomini, e, come si sa, tutti cadranno giù per terra. I danzatori creano un ponte su cui Dante e Virgilio salgono. Il ponte crolla. Dante e Virgilio cadono a terra. I danzatori costruiscono una torre pendente: è la torre di babele vivente, è il gigante Anteo che solleva Dante e lo porta da un lato all’altro della scena. La torre si trasforma in un totem, è Belzebù coi piedi in aria su cui salgono Dante e Virgilio. Scultura corporea. Costruzioni e macchine viventi dove i corpi sono usati come elementi architettonici per costruire torri, geometrie, costruzione fantastiche medievali.
La quarta scena rappresenta il limbo dove vivono gli spiriti magni. La dinamica degli spostamenti dei personaggi è quella del nuoto: abbiamo immaginato un mondo acquatico, lento, sospeso. Ma cosa succede all’anima quando arriva all’inferno? Secondo la tradizione neoplatonica ripresa da Dante l’anima è contenuta nello spirito (una specie di placenta) che si uniscono nella vita e si separarono nella morte. La navicella dell’ingegno non è semplicemente una metafora…
Nella quinta scena appaiono i diavoli. La loro natura è duplice: infatti sono angeli ribelli. Raccontiamo la loro storia che Dante accenna nel III° canto ma che rappresenta un topos dell’immaginario fantastico e della teologia medievale. Angeli dalle grandi ali volano nell’aria e mentre scendono verso il suolo si trasformano in diavoli lussuriosi prendendo la forma di Belzebù dalle ali di pipistrello...
Nella sesta scena si mostra il corpo umano sotto prospettiva metamorfica, dove i protagonisti sono gli arti e le teste slegate gli uni agli altri. Il luogo prescelto è il lago Cocito dove i corpi sono imprigionati nel ghiaccio e appaiono solo parzialmente. 3 teste bianche appaiono nel buio, delle mani coprono i volti vuoti, scompaiono. Il pianto di un neonato ci ricorda delle anime piangenti intrrappolate nel ghiaccio. Le braccia si uniscono, si separano, giocano fra loro. Gambe volano nell’aria ricordandoci le anime incarnate dagli uccelli di S. Brendano, creando simmetrie geometriche, onde sinuose, decorazioni nell’aria.
Nella settima scena si offre una rappresentazione simbolica dei 7 peccati capitali (lussuria, accidia, ingordigia, avarizia, invidia, superbia, ira) rappresentanti esemplificativi di tutti i peccati e rappresentati in chiave contemporanea attraverso la duplicazione e la riflessione dello specchio faustiano. Due coppie di personaggi agiscono l’uno sull’altro creando trasformazioni metamorfiche: i corpi intereagiscono in un gioco che si ripete 7 volte attraversandosi magicamente.
L’ottava scena ci mostra la pazzia dei dannati, la disperazione delle loro azioni, come se vivessero in un manicomio. Un uomo ed una donna camminano sui muri, saltano sul soffitto, rincorrendosi, assaltandosi, scontrandosi, avvinghiandosi, secondo un percorso folle, costruendo un labirinto di azioni insensate eppure dalla forza d'impatto dell'energia umana liberata senza regole né confini.
La nona scena è dolcissima: ci racconta dell’amore cortese, dell’ideale platonico di origine trovadorica e della commedia erotica nella vulgata popolare. Una storia d’amore sotto prospettiva medievale: dove la sensualità si confonde con la metafisica. Paolo e Francesca, ammaliati da un libro galeotto, ammaliati reciprocamente. Trasportati dal turbine infernale si ricongiungono nel cielo, si amano, volteggiano, poi il vento infernale li separa di nuovo, definitivamente.
Nella la decima scena Dante e Virgilio escono dall’Inferno per mezzo di una scala vivente: i dannati stessi formano gli scalini e l’apparente normalità di una camminata contro le leggi della fisica ci ricorda che stiamo vivendo in un mondo irreale, fuori dalla realtà. Un mondo che per Dante rispetta la fisica della realtà, fatta di salite e discese, di sforzi newtoniani, cadute e pesi galileliani. Un mondo dove queste regole sono abolite in un solo unico istante, magicamente, ironicamente, come in un fumetto.
Lo spettacolo finisce classicamente con il prologo: 6 corpi nudi costituiscono una stella vivente che si scompone, si trasforma, diventa la ruota della fortuna, si trasforma di nuovo, si scompone per poi rinnovarsi in una nuova forma, mutevole, sfuggente, una stella nel cielo da cui proviene la luce di Dio...una doppia prospettiva, laica e religiosa, che cerca, senza trovarla, una mediazione impossibile.
Questo è lo spettacolo: una sintesi logico-estetica. Manca la musica.
Dante è andato all’Inferno materialmente e poi è tornato vivo (ii,7-9 “o muse o alto ingegno or m’aiutate, o mente che scrivesti ciò che io vidi, qui si parrà la tua nobilitate”), nel rispetto della tradizione sciamanica dell’ascesi e dei viaggi dell’anima che ritroviamo nella maggior parte delle culture antiche; dalle leggende arabe coraniche al libro dei morti tibetano, senza contare Orfeo ed Euridice e tutta la tradizione classica occidentale.
Una musica che fondi il gusto occidentale con la cultura mediorientale. Ecco che un polistrumentista di musica indiana ci offre la materia prima che un sound designer può plasmare secondo uno stile ed un gusto contemporaneo.
Il colore che ci mancava è dunque stato scelto: è del tutto arbitrario come lo è riempire gli spazi bianchi di uno schizzo, ma è proprio nella scelta dei colori che un buon artigiano si gioca le carte migliori.
Ovviamente non è tutta farina del nostro sacco…ma citare le fonti è un’operazione di classe di cui non ci sentiamo degni. In fin dei conti questo non è un saggio ma semplicemente una nota di regia.
Emiliano Pellisari