note di regia

Quando ho letto il monologo di Ruccello, ho pensato che prima o poi l’avrei messo in scena, anche se, allora, non riuscivo a vederne la forma. Il testo é costituito da 7 scene nelle quali Anna parla a qualcuno. Non si tratta dunque di veri monologhi, ma di colloqui di cui noi udiamo solo la parte di Anna. La struttura é semplice, ma é una semplicità sospetta, molte frasi sono interrotte, ogni affermazione viene corretta o smentita nella frase successiva.
Rileggendolo, dieci anni dopo, vedevo Anna che protestava, Anna che seduceva, Anna che implorava ma sempre Anna che si vedeva agire. Ho applicato alla lettera questa sensazione decidendo che le Anne sarebbero state due: io e Alessandra Frabetti, attrice che mi somiglia fisicamente, ma con una presenza scenica diversa dalla mia.
Anna è impiegata al Comune di Latina, città in cui si é trasferita da Orvieto. Non giovanissima, non fidanzata o sposata, non ricca, non religiosa (o almeno non praticante), Anna sembra più costruita dai non, che dalle certezze. A Latina vive in una stanza affittata e la sua, a Orvieto, é stata subito occupata da una sorella. Quando scopre che Tonino, un collega di lavoro, è proprietario di una grande casa, lo corteggia e va a vivere con lui, nella speranza di un contratto matrimoniale. Al contrario, dopo due anni Tonino le annuncia la vendita della casa e il suo allontanamento da lei. Anna, nel tentativo di possedere per sempre Tonino, la casa e se stessa allestisce un pasto cannibalesco in cui é insieme e comicamente assassina e vittima.
Il non luogo, condizione diffusa del nostro vivere quotidiano, é per Anna Cappelli il suo non essere, la sua é una presenza sfocata, a doppio fuoco, con effetti tragici ed esilaranti insieme.
Ruccello sceglieva prevalentemente personaggi femminili per rappresentare questa condizione e il suo é un gesto di intelligenza verso la scena contemporanea.

la drammaturgia di scena
La divisione delle battute del monologo é stato il primo lavoro sul testo, Unica certezza: che la prima scena fosse di Alessandra e l’ultima mia, con un protagonismo che passava da una Anna/ commedia a un’Anna/tragedia ridicola. Le battute sono passate dall’una all’altra più volte, finchè parallelamente al lavoro sullo spazio e sul tempo, l’attribuzione del senso all’una o all’altra Anna diventava evidente.
Con due Anne in scena ho avuto la possibilità di rappresentare tempi e modi diversi della stessa azione. Una delle difficoltà durante le prove é stata quella di evitare la formazione di una coppia (Anna e la padrona di casa, Anna e la sorella, o addirittura Anna e Tonino), doveva essere sempre molto chiaro che io e Alessandra siamo un doppio. La qualità di questo doppio oscilla tra il presente e il ricordo, il soggetto e l’ombra, io palese e io segreto, ovviamente tra attrice e regista.
Lo spazio di Davide Amadei si é materializzato attorno a un grande tavolo/casa/corpo/memoria terzo protagonista dell’azione. Poi é arrivata la cornice della finestra che delimita il frame della visione pur non nascondendo il fuori scena. Preparata la scena, sono affiorate le immagini di Hitchock e di Eduard Hopper ma anche di Eduardo e dei suoi interni solo apparentemente naturalistici: tutti riferimenti che nutrono la scrittura di Ruccello.
Le musiche di Antonia Gozzi compongono rumori concreti nelle prime scene, di memoria enfatica nelle scene successive, fino a un ironico gregoriano, quando la cena intima di Anna con il corpo dell’amato é insieme rito cannibalesco e comunione.

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